Un tribunale può anche fallire? Gli avvocati di Vicenza ci provano

di GIAN ANTONIO STELLA

La fissazione delle udienze al Tribunale di Vicenza somiglia ormai alla vecchia barzelletta sovietica sui tempi biblici della burocrazia. E così l’Ordine degli avvocati, appoggiato da un po’ tutte le associazioni di categoria, ha deciso di fare un passo mai visto. Questa mattina presenta infatti al Tribunale berico un’istanza di fallimento del Tribunale stesso. Per insolvenza.
Che la situazione della giustizia vicentina sia pesante è noto. Non tanto per la penetrazione nella società della mafia, della camorra e della ‘ndrangheta, che pure hanno infettato pezzi del mondo della produzione e del commercio. Né per la violenza in generale, contenuta entro limiti accettabili rispetto ad altre parti d’Italia. Il punto è che, come dicono tutte le analisi, una giustizia semiparalizzata causa danni gravissimi all’economia.
Per capirci, verreste dall’estero a investire in terra berica sapendo che un’azienda artigiana che doveva avere dei soldi da un debitore insolvente ottenne dal tribunale (dopo una denuncia, un’istruttoria e una sentenza) un’ingiunzione di pagamento nel lontano 2005 ma, a causa di una litania di ricorsi del debitore e una via crucis di rinvii, il processo andrà a chiudersi (auguri) il 3 febbraio 2017 e cioè 12 anni dopo l’ordine al debitore di pagare? Rischiereste i vostri soldi lì?
Dicono i numeri che i magistrati di Vicenza, che già sarebbero pochi a pieno organico (36, più 18 onorari) sono scesi a 21. Con un carico ciascuno di 1300 fascicoli pendenti. Oltre il doppio, secondo gli avvocati, di quelli che gravano mediamente sugli altri giudici della penisola. Per non dire dei vuoti mai colmati tra il personale amministrativo. Per dare un’idea: in questa provincia che si vanta di avere la quarta associazione confindustriale d’Italia, un reddito pro capite che nel capoluogo passa i 26 mila euro, depositi bancari che sfiorano i 60 mila euro a famiglia, c’è un magistrato ogni 3.142 imprese, uno ogni 714 milioni di euro di export, poco più di uno ogni 2 miliardi (per l’esattezza 1.809 milioni) di fatturato industriale. A farla corta: il pianeta economico vicentino è così vasto e complesso da imporre una giustizia molto più efficiente.
Mettetevi al posto di Jean Pierre, un operaio d’origine francese licenziato nel 2011: difficile trovare un posto, a 54 anni. Conoscere il proprio destino (ha ragione lui o ha ragione il suo ex datore di lavoro?) è una questione di vita o di morte. Bene: depositato il ricorso nel novembre 2011, la prima udienza fissata nel luglio 2012 è stata rinviata al gennaio 2014 ma, arrivata finalmente la data agognata, non c’era più il giudice, trasferito alla fine del 2013 a Roma. Dunque? Tutto rinviato di nuovo. A data non ancora stabilita: «e non si tratta di un caso limite. Anzi».
Come può reggere un sistema così? Ed ecco che Fabio Mantovani, il presidente dell’Ordine degli avvocati vicentini, con l’appoggio di Confindustria, Apindustria, Confartigianato, Confcommercio, Cgil, Cisl, Uil e altri ordini professionali («i magistrati, per evitare ovvie conseguenze di natura disciplinare non possono aderire formalmente altrimenti lo farebbero»), ha deciso, come dicevamo, di presentare oggi un’istanza di fallimento.
Il documento, firmato anche da Claudio Mondin e Paolo Dal Soglio, accusa il Tribunale di essere «largamente venuto meno» all’adempimento «di gran parte degli obblighi istituzionali dei quali è portatore». Denuncia «intollerabili ritardi nella definizione dei procedimenti pendenti, con rinvii di udienza che, nelle cause civili ordinarie, giungono persino a cinque anni, specialmente per le udienze di precisazione delle conclusioni». Lamenta che «le condizioni di obiettivo e generalmente noto dissesto si sono andate progressivamente aggravando nel tempo, nonostante l’impegno dei magistrati e del personale amministrativo, il cui numero è peraltro andato gravemente diminuendo».
Sotto accusa, insomma, non sono i giudici locali «insostenibilmente congestionati» e impossibilitati a reggere carichi di lavoro impossibili ma quanti, a dispetto di tutte le proteste e tutte le pubbliche denunce cominciate nel lontano aprile del 2001, hanno abbandonato tutto in uno «stato di grave insolvenza».
Conclusione: «Poiché dai fatti menzionati si evidenzia l’assoluta incapacità da parte dell’Amministrazione della Giustizia di adempiere ai fondamentali obblighi propri di una istituzione tenuta a erogare il bene fondamentale della giurisdizione», gli avvocati «fanno istanza affinché il Tribunale (…) dichiari lo stato di insolvenza del Tribunale di Vicenza».
Una provocazione? Certo. Difficile che una corte condanni per insolvenza se stessa. Ma non è anche risolvendo questi problemi che passa il rilancio dell’economia?

Fonte: Corriere della Sera