Salvini parla con un condannato? Scusate, ma che male c’è?!

MA CI SI DOMANDA SE UNO CHE PATTEGGIA DEVE PRENDERSI LA PENA SUPPLEMENTARE DELLA GOGNA A VITA

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“…tutti hanno letto di Matteo Salvini a far chiacchiere con quel tifoso, chiamiamolo così, che ha avuto questioni di giustizia. Poteva evitarlo? E ammettiamolo pure. Sennonché in proposito Mario Calabresi, che dirige il quotidiano Repubblica, scrive che «un ministro dell’Interno non può permettersi di andare sottobraccio a un condannato… noto per le sue violenze e le frequentazioni con ambienti malavitosi». E aggiunge che il condannato in questione era appena uscito digalera, dopo aver patteggiato.

Ora, quel tipo ha certamente commesso qualche delitto, e non c’è dubbio che se ha patteggiato una condanna se l’è presa. Ma ci si domanda se uno che patteggia deve prendersi la pena supplementare della gogna a vita e, soprattutto, se un ministro deve evitare come appestati quelli che patteggiano. Può anche darsi che, come scrive ancora Calabresi nel suo italiano accidentato, «Matteo Salvini non si tira indietro e delle cattive frequentazioni ne fa un vanto» : ma qual è l’idea di governo e di convivenza civile che, offesa dal comportamento di Salvini, eccita lo sdegno del direttore di Repubblica? È forse l’idea che i politici debbono stare alla larga da chi è stato destinatario di una condanna? L’idea che i governanti debbano frequentare solo persone “perbene”?

Non si tratta tanto del caso specifico, perché il tipo con cui si è fatto fotografare Salvini potrà anche essere un manigoldo: si tratta del rischio che il comportamento politico incensurabile sia quello degli “onesti” ( ne ha sentito parlare, Calabresi?), e che quello da condannare sia tenuto invece da chi ha a che fare con “brutta gente”. E “brutta gente” sarebbero, secondo questa impostazione, quelli usciti dal carcere dopo aver patteggiato.

Forse dappertutto, ma sicuramente in Italia ( e con la giustizia che abbiamo) bisognerebbe andarci piano con l’indignazione davanti a un politico che chiacchiera con un condannato.”

IURI MARIA PRADO – Il Dubbio, 21 dicembre 2018