POLITICA Giustizia: processi più rapidi, non più lunghi

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Giustizia: processi più rapidi, non più lunghi

di Annalisa Chirico, 15 Mar 2017

Rimettersi in cammino è utile se non si battono sentieri già noti. La giustizia è la cartina di tornasole di questa sfida. Siamo sinceri: l’azione del ‘governo dei mille giorni’ in materia giudiziaria non ha fatto sognare. Al di là delle intenzioni dei singoli, contano i fatti. Si è registrata una distanza siderale tra certi provvedimenti spot e le ricadute concrete in termini di riforma.

Prendete la tanto esaltata riforma della responsabilità civile: lo spiegò, con il suo ineffabile piglio, il numero uno dell’Anm Piercamillo Davigo: ‘L’unica conseguenza è che ora pago 30 euro l’anno in più per la mia polizza, questo la dice lunga sulla ridicolaggine delle norme’.

Che dire della cosiddetta riforma della custodia cautelare in carcere? I numeri li ha dati su Facebook la radicale Rita Bernardini: dal 2015 i detenuti in attesa di giudizio sono diminuiti dello 0,04 percento e quelli in attesa della sentenza di primo grado sono calati dello zero percento, rappresentavano il 17,56 percento della popolazione detenuta totale e ad oggi la percentuale è rimasta invariata. Successone, non c’è che dire.

La riforma del processo penale

Così, mentre il numero dei detenuti torna ad aumentare dopo un lungo periodo di calo ininterrotto, arriva in aula la riforma del processo penale, tanto cara al ministro Andrea Orlando. Ancora una volta, in piena continuità con il passato, si pensa (male) di risolvere il problema dell’eccessiva durata dei processi allungando in aeternum i tempi della prescrizione. In altre parole, anziché impegnarsi sul fronte delle risorse e dei gap di produttività tra i diversi tribunali, in un sistema a macchia di leopardo, il governo Gentiloni annuncia la fiducia su un provvedimento che estende fino a vent’anni i termini per l’estinzione del procedimento.

Processi ancora più lunghi non rendono giustizia né alle vittime né agli imputati. Come si può considerare ‘giustizia giusta’ quella che fornisce una risposta al cittadino a distanza di anni dal fatto? Come si può considerare civile il paese dove ciascuno di noi può essere chiamato a rispondere in tribunale di fatti accaduti vent’anni prima? A distanza di molti anni la prova tende a scomparire o a esaurirsi o comunque ad attenuarsi, i testimoni non ci sono più, i ricordi si perdono. Il risultato è la creazione di un sistema di indagine permanente sulla popolazione, minacciata dalla possibile inesauribile e inestinguibile investigazione dell’autorità giudiziaria che potrebbe in ogni momento inquisire chiunque per un reato commesso in passato o magari ricostruito ad hoc. Immaginate le possibili implicazioni sul rapporto, già di per sé malato, tra politica e magistratura.

L’obiettivo

Il processo permanente è una sorta di occhio punitivo onnipresente in grado di mettere tutti i cittadini perennemente alla mercé dell’autorità giudiziaria. Una forza politica riformatrice non può scaricare sui cittadini il costo di un sistema inefficiente. L’Italia ha bisogno di processi più rapidi, non più lunghi. Un tale obiettivo richiede un decisionismo autorevole, non l’atteggiamento remissivo di chi, per paura di dispiacere alle correnti togate, ha spinto il tatticismo ai limiti dell’immobilismo